
Sylvia Plath // Le api in “L’Araba Fenice”
Nel tessuto poetico di Ariel, Sylvia Plath costruisce un’esperienza della parola come attraversamento della crisi e ricerca di una nuova dimensione dell’essere. Sylvia Plath
– Sfoglia e consulta il saggio cliccando sull’immagine –
La raccolta si struttura nel movimento di una coscienza che, confrontandosi con la perdita delle proprie forme precedenti, tenta di accedere a una diversa possibilità dell’esistenza.
In questa prospettiva, il ciclo delle poesie dedicate alle api assume un rilievo centrale. Infatti, esso porta nel mondo naturale una delle questioni fondamentali dell’intera raccolta: quale forma può assumere l’identità quando l’esperienza ha dissolto ogni certezza precedente? Sylvia Plath
L’alveare diviene allora una figura simbolica attraverso cui Sylvia Plath interroga il rapporto tra individuo, tempo e trasformazione. Esso non rappresenta semplicemente un universo naturale contrapposto a quello umano. La sua funzione simbolica si amplia poiché diventa uno spazio nel quale il vivente manifesta una logica diversa rispetto alla frammentazione dell’esperienza storica.
La comunità delle api appare infatti governata da una forma di continuità organica. Questa sembra sottrarsi alla dispersione dell’io individuale. All’interno di questa continuità, Sylvia Plath individua la possibilità di stabilire un diverso rapporto con l’essere.
Si tratta di una dimensione nella quale la perdita non coincide necessariamente con la fine. La sua funzione trasformativa si manifesta piuttosto nella possibilità che essa diventi il passaggio verso una nuova costruzione dell’io.
Come ha osservato Ciro Sorrentino nella sua lettura critica di Ariel, la raccolta può essere interpretata come un percorso nel quale la parola poetica attraversa la frattura dell’identità. In questo modo, essa cerca una forma ulteriore dell’esperienza.
L’immagine delle api si colloca precisamente all’interno di questa tensione. Infatti, il mondo dell’alveare diviene il luogo in cui la coscienza incontra ciò che non può essere ricondotto alla semplice dimensione individuale. Inoltre, essa viene costretta a confrontarsi con un ordine più profondo del quotidiano esistere.
(Cfr. Ciro Sorrentino, Sylvia Plath – Ariel. Il viaggio di Pierrot, risorsa critica digitale disponibile online). Sylvia Plath
La figura decisiva di questo processo è quella dell’ape regina. La sua funzione non può essere ridotta al ruolo biologico svolto nella colonia. Nella costruzione simbolica di Sylvia Plath, infatti, essa assume il valore di un principio interiore e di un centro nascosto verso cui tende la coscienza poetica.
La regina rappresenta ciò che non è immediatamente presente, ma che continua a operare come possibilità. Tuttavia, non si tratta del recupero di un’identità originaria perduta. Si tratta invece della ricerca di una forma nuova, capace di contenere la ferita dell’esperienza.
Questo significato emerge con particolare forza nel verso di Pungiglioni: “io ho un io da ritrovare, una regina”. La coincidenza tra io e regina stabilisce il nucleo profondo dell’intero ciclo. Di conseguenza, la ricerca dell’alveare diviene ricerca della propria struttura interiore.
Nondimeno, la regina non è una figura pacificata. La sua apparizione finale, “rossa ferita nel cielo, rossa cometa”, mostra infatti che la trasformazione non avviene attraverso l’eliminazione del dolore. La nuova forma dell’essere nasce dall’attraversamento della ferita.
Il rosso contiene una duplice valenza: è il colore della lacerazione, ma anche quello dell’energia vitale che continua a muoversi oltre il limite.
In questa prospettiva, il ciclo delle api permette di comprendere uno degli aspetti più profondi della poetica di Sylvia Plath: la crisi non costituisce solamente un’esperienza negativa. La sua funzione all’interno del percorso poetico risiede invece nella capacità di trasformarsi in un momento conoscitivo.
L’identità non viene ritrovata tornando indietro verso una presunta integrità originaria. Essa nasce invece dal confronto con la propria instabilità. Infine, la metamorfosi non cancella ciò che è stato vissuto, ma lo incorpora in una forma nuova.
Il tema della trasformazione coinvolge anche il rapporto tra il tempo umano e il tempo della natura. Nella sequenza delle api emerge infatti una tensione tra due modalità dell’esistenza.
Da una parte, vi è il tempo storico dell’esperienza, dominato dalla perdita, dal consumo e dalla volontà di controllo. Dall’altra, invece, vi è il tempo ciclico del vivente, nel quale la sospensione e l’attesa possiedono un valore generativo.
La natura, quindi, non offre una fuga dalla storia. Da questa prospettiva, il mondo naturale diventa uno spazio attraverso cui rileggere l’esperienza umana secondo una logica diversa da quella della perdita e del controllo.
Per questo, l’inverno di Svernare assume un significato essenziale. Il buio dell’alveare, “in un buio senza finestra nel cuore della casa”, non coincide con il vuoto o con la negazione della vita.
Esso rappresenta una dimensione nascosta nella quale ciò che sembra immobile continua a maturare. Inoltre, la stagione della resistenza non è una mera sopportazione della sofferenza. È invece un tempo qualitativamente diverso, nel quale la vita conserva una possibilità che ancora non si manifesta.
La primavera finale — “Le api volano. Sentono il sapore della primavera” — non conduce alla restaurazione di ciò che era stato perduto, ma alla comparsa di una nuova forma dell’essere.
La primavera è quindi il segno di una trasformazione compiuta. Ciò che ha attraversato l’inverno non è più identico a ciò che lo aveva preceduto.
All’interno di questa dinamica assume particolare rilievo anche la presenza dell’uomo. Le figure umane che intervengono nel mondo delle api non rappresentano soltanto individui concreti. Esse esprimono, infatti, una modalità della coscienza fondata sul possesso e sul controllo.
L’intervento umano sull’alveare rivela una frattura più ampia: la perdita della capacità di riconoscere il valore autonomo del vivente. L’uomo che domina la natura è anche l’uomo che rischia di perdere il rapporto con la profondità della propria interiorità.
L’immagine dell’ “uomo dalle mani grigie” concentra simbolicamente questa condizione. Il grigio delle mani suggerisce una presenza priva di vitalità, incapace di partecipare al ritmo creativo dell’alveare.
La stessa distruzione dello sciame rivela una dimensione più profonda, poiché diventa il segno di una crisi spirituale. Quando il rapporto con il vivente viene ridotto a dominio, anche l’essere umano perde la possibilità di riconoscere la propria appartenenza a un ordine più vasto.
Tuttavia, la poesia di Sylvia Plath non rimane chiusa nella rappresentazione della perdita. La distruzione può infatti diventare il luogo da cui nasce una diversa consapevolezza.
L’alveare, sottoposto alla prova della violenza e dell’inverno, conserva una possibilità di futuro. Questo avviene proprio perché non cerca di sottrarsi alla trasformazione.
Il ciclo delle api scopre una tensione profonda che emerge nella capacità dell’io di trasformarsi e di attraversare il cambiamento.
È in questa prospettiva che deve essere compreso l’ ‘Altrove’ verso cui tende la sequenza. Esso non indica una dimensione separata dal reale né una fuga dalla condizione umana. Rappresenta invece una modalità diversa dell’esperienza.
L’ ‘Altrove’ di Sylvia Plath nasce dall’interno della crisi. È il luogo simbolico nel quale ciò che sembrava frammentato può trovare una nuova relazione.
In questa prospettiva, la trascendenza non si oppone alla realtà concreta. Anzi, essa si manifesta come un processo di trasformazione della realtà stessa.
Le poesie delle api costituiscono dunque uno dei momenti più significativi di Ariel. Esse rendono visibile il passaggio dalla dissoluzione dell’io alla possibilità di una nuova forma.
Sylvia Plath non propone una soluzione definitiva alla ferita dell’esistenza. Il valore della sua poesia risiede allora nella capacità di mostrare come proprio la ferita possa diventare un principio di conoscenza.
L’alveare diviene così la figura di una soggettività che cerca la propria salvezza nella capacità di trasformarsi e di accogliere il cambiamento come principio dell’esistenza.
La grande forza simbolica del ciclo risiede infine nella sua concezione del tempo. Ogni fine contiene una possibilità nascosta e ogni oscurità può custodire una forma ancora invisibile della vita.
Le api non conducono verso una semplice rinascita. Attraverso il loro movimento, il ciclo rivela una comprensione più profonda del divenire, nella quale la trasformazione assume un valore conoscitivo. L’ ‘Altrove’ dunque rappresenta una nuova possibilità di abitare il mondo dopo aver attraversato la perdita.
Sitografia
Sorrentino, Ciro, Sylvia Plath – Ariel. Il viaggio di Pierrot, risorsa critica digitale dedicata allo studio della raccolta Ariel: Sylvia Plath – Ariel.
Prof. Ciro Sorrentino
Saggista dei generi letterari e teorico del pensiero ermeneutico
Materiale protetto da Copyright (c) – Tutti i diritti riservati. Vietata la copia anche parziale.
https://sylviaplathariel.altervista.org/lady-lazarus-sylvia-plath/
https://sylviaplath.altervista.org/
https://sylviaplath.altervista.org/mistica-sylvia-plath/
https://plathsylviaariel.altervista.org/
https://eburnea.altervista.org/
https://www.letteratour.it/analisi/A02_plathSylvia_ariel.asp